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Scrittore tra i più tradotti al mondo (60 lingue) e dalla vastissima produzione (15 raccolte poetiche e 32 tra romanzi e racconti),

Herman Hesse (1877-1962) nacque in Germania, ma trascorse gran parte della propria esistenza in Svizzera, della quale divenne cittadino.

La sua narrativa combina spesso elementi autobiografici e fantastici e rispecchia i suoi interessi per lo spiritualismo e le filosofie orientali.

 

IL LUPO DELLA STEPPA (1927)

 

Un racconto impegnativo che richiede molta attenzione nel quale Herman  descrive la sroria di un certo Herry Haller. La storia di un uomo emarginato, per sua stessa volontà, da un  mondo troppo povero d’intellettualità. Herry si chiude talmente tanto da crearsi una doppia personalità che lo porta ai limiti del suicidio. Per sua fortuna, incontra per caso, Erminia che sarà una guida verso la ricerca della felicità tramite l’amore che Herry cerca. Una volta raggiunta la meta, il protagonista sente il bisogno di tornare all’infelicità, una lotta con il lupo interiore che credeva sconfitto.

 

-Un racconto complesso, si diceva, un periodo in cui Hesse soffriva di una crisi depressiva che si scarica tutta nel libro-

 

-Secondo lei cosa vorrebbe trasmettere Hesse con questo racconto?-

 

-Sicuramente la crisi segnò gran parte dei passaggi citati, ma direi anche che, Hesse,  volesse trasmettere un messaggio di analisi introspettiva di ognuno di noi. Momenti di “lupo” nei quali ci si vorrebbe chiudere estraniandosi dal mondo che ci circonda.

 

-Che cosa le ha impressionato della tecnica di scrittura?-

 

-Sicuramente la parte descrittiva, piena, avvolgente, senza cadere sulla pesantezza su cui altri grandi scrittori sono caduti.

 

-Secondo lei, essendo, anche un libro autobiografico, Hesse pensava al suicidio?-

 

-         Mah… è molto probabile, anche se…….leggete la sua nota nel libro:

 

“Le opere letterarie possono essere intese e fraintese in vari modi. Per lo più l’autore di un’opera non è competente a stabilire in qual punto termina la comprensione dei lettori e dove incomincia il malinteso. Qualche autore ha già trovato lettori per i quali la sua opera era più limpida che per lui stesso. D’altro canto in certi casi anche i malintesi possono essere fecondi.

Comunque sia, il lupo della steppa sarebbe, tra i miei libri, quello che più spesso e più gravemente di ogni altro è stato frainteso, e varie volte furono proprio i lettori consenzienti, anzi gli entusiasti, non già i negatori a esprimersi intorno al libro in modo da lasciarmi perplesso. In parte, ma soltanto in parte, la frequenza di questi casi dipende dal fatto che il libro, scritto da un cinquantenne e impostato appunto sui problemi  di quell’età, è capitato in mano a lettori giovanissimi.

Anche a parecchi lettori della mia età il libro ha fatto, sì, impressione, ma è strano che essi  abbiano visto soltanto la metà di ciò che contiene. Questi lettori, mi pare, hanno riconosciuto se stessi nel lupo della steppa, si sono identificati con lui, hanno sofferto e sognato i suoi dolori e i suoi sogni, e non si sono accorti che il libro sa anche altre cose e parla anche di altro che non siano Harry Haller e le sue difficoltà, che al di sopra del lupo della steppa e della sua vita problematica si eleva un secondo universo, più alto, imperituro, e che il “trattato” e tutti i passi del libro nei quali si discorre dello spirito, dell’arte e degli “immortali” contrappongono al mondo di fede positivo, più sereno, superiore alle persone e al tempo; che il libro offre una storia di pene e sofferenze, ma non è il libro di un disperato, bensì di un credente.

Io non posso e non voglio, beninteso, prescrivere ai lettori come abbiano da intendere il mio racconto. Ne faccia ognuno ciò che risponde e serve al suo spirito! Mi piacerebbe però se molti di loro notassero che la storia de lupo della steppa rappresenta, sì, una malattia e una crisi, ma non verso la morte, non un tramonto, bensì il contrario: una guarigione.”      HERMANN HESSE

 

 

 

 

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